TORINO - Un alito di vento soffia sui ricordi ingialliti di fine ottocento, quando i ragazzi del nord italia imparavano ad amare quella sfera in cuoio. Allontanatisi dai banchi di liceo, da studi notarili, s’incontravano su prati rettangolari e seguendo la moda sbarcata dalla lontana Albione. Sul filo dello spirito pionieristico e con un mucchio di agonismo da vendere, i nostri avi si organizzavano a correre sui manti erbosi in schemi che a fatica comprendevano. Nel magma di quegli anni vennero forgiate in luoghi ormai passati ai ricordi degli estinti le principali squadre italiane.
Al diradarsi delle nubi, all’aprirsi del cielo sopra Torino, i giovani esteti del Balòn si riunivano negli spazi verdi della città, in primis il manto di piazza d’Armi, di fronte alle antiche caserme militari furono teatro delle prime aggregazioni spontanee. I profeti del futbòl anglosassoni, stanziati in abitazioni torinesi, richiamavano le nuove leve sabaude e l’ìndottrinavano a calciare la sfera di cuoio con precisione e a bloccarla. In breve tempo l’entusiasmo della libertà data dal calcio a un ragazzo prevalse su ogni questione. Anche sotto la Mole venne fondata una prima aggregazione torinese e un’altra ancora chiamata internazionale per i suddetti motivi. A tali giochi si era avvicinata anche la Regia Palestra di via Magenta. Ma nulla era ufficiale. Dopo un decennio, a ruota del Genoa, vennero costituite le principali società. Nel 1897 viene fondato lo Sport Club Juventus, che è la prima squadra di Torino ad avere una struttura ordinata. Le squadrette che calcano i terreni torinesi hanno colori a bande giallonere e casacca rosa. La terra di piazza d’Armi ha un odore umido, profondo, che va ad abitare le narici dei giovani che allora correvano dietro ad un pallone. Si tratta di un gioco pionieristico, appunto di cui tutti si sentono partecipi. Tuttavia sono anni in cui l’orgoglio è un valore forte e radicato nell’animo umano.
In un volo pindarico carico d’invidia, la penna di un discreto giornalista di fede granata s’illumina della luce squallida che contraddistingue la storia della seconda squadra di Torino. Tale affabulatore è Pino Culicchia, che con una sfera di cristallo alla mano battezza gli ottocenteschi avi che calciano all’ombra della capitale sabauda d’invidiosa granatudine. Fortunatamente, possiamo prendere come mendace l’affermazione del Culicchia, secondo cui, a prescindere da ciò che ha insegnato la storia, gli Invidiosi hanno abitato i nostri primi campi di Futbòl. Addirittura il nostro Pino, va affermando che gli invidiosi sono stat la prima squadra di calcio italiana. Lasciamo che tale miele agrodolce scorra nel suo funesto libro Ecce Toro che ha qualcosa di cacofonico e ricorda l’affermazione Eccetera ovvero, altre parole o affermazioni secondarie, proprio come il Toro è. Secondario, inutile, jellato e dotato di una carica emotiva irrifiutabile ai sadomasochisti. Culicchia, quale giornalista obiettivo deve però riconoscere che le merde granata vengono fondate nella sera del 3 dicembre 2006. Non a caso la fondazione del Toro avviene in una birreria, dove sicuramente il Dio Bacco ha obnubilato le menti dei giovani sportivi che tuttalpiù indossavano casacche giallo-nere. Tra i fondatori ricordiamo il Primo Invidioso d’Italia tale Alfredo Dick. Alfredo Dick, che
porta nel cognome anglosassone la sua condizione, è un distaccato degli albori juventini. In lui si produce il sesto dei sette vizi capitali. Insieme ad ignari pionieri del gioco del calcio, fonda il Torino. In questo atto egli trasferisce questa caratteristica che fa si che ogni dannatissimo anno, l’obiettivo principale dei Fastidiosi Invisiosi sia quello di vincere un derby, in qualunque modo possibile.



